Noi, cercatori di significato… in un mondo a colori.

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Il primo cartoncino da inchiostrare fu difficile e faticoso. Per me che esprimo la mia creatività principalmente attraverso la scelta e l’uso delle parole e che, con le parole, creo suggestioni e traduco le mie emozioni, il primo cartoncino da inchiostrare fu davvero difficile e faticoso.

Ricordo la sensazione del pennello tra le dita, leggero e pesante al contempo, perché carico delle mie aspettative, della paura di non riuscire a creare qualcosa di cui essere soddisfatta; impregnato del timore di incontrare l’Altro, osando rivelarmi sotto un profilo diverso: quello di chi posso permettermi di essere tra le forme e i colori che mi vibrano dentro in un preciso qui-e-ora.

Mentre osservavo la mia mano condurre le setole timidamente intinte in un colore non troppo appariscente, consapevolizzavo la presenza ancora forte del Giudizio. La possibilità di verificare la mia inadeguatezza a un seminario che avevo scelto di seguire proprio per confrontarmi con qualcosa di nuovo, per lasciarmi sorprendere dall’espressione delle mie emozioni in una dimensione diversa da quella abitata da trentasei anni.

Provai a soffiare via il giudizio versando gocce di china, di una tonalità più forte rispetto agli acquerelli usati in precedenza; e in ogni fiato che, attraverso la cannuccia, esplodeva il colore in rigagnoli e direzioni, lasciavo andare: diventavo macchia di colore pieno, sfumatura, commistione di nuance e zone di bianco che non avrei dovuto per forza riempire. Ero io che soffiavo e sceglievo, ed ero anche colore, carta, profili e significati nuovi.

Intitolai “Credo”, il mio primo lavoro. Perché fu quello che sentii di aver provato durante e al termine del processo di creazione. Avevo contattato la fiducia. Quella con la maiuscola. La fiducia in un percorso che mi avrebbe sicuramente cresciuta.

E così è stato. Acquerelli, tinte, cartoncini, creta, sagome umane. Colori a pennello e a dita. Meditazioni, visualizzazioni e danze. Bottoni, stoffe e nastrini. Ogni week end dedicato all’ArtCounseling arrivava prima nel mio sguardo, in una visione che si stava ampliando, e poi sul calendario. E ogni prodotto che, alla fine del seminario, mi portavo a casa era la testimonianza di un processo. A volte è stata catarsi, altre volte è stato chiudere una Gestalt. Spesso accogliere con entusiasmo una pioggia di insight, come gocce fresche di un temporale estivo. Acqua fertile per crescere e nutrire nuovi germogli della mia vita.

Essendo Gestalt Counselor di professione, scelsi di proseguire il percorso di ArtCounseling aderendo anche al ciclo di seminari del secondo livello. Più mirato all’offrire strumenti creativi da poter utilizzare all’interno della pratica professionale, il secondo ciclo mi fece esperienziare come e quanto, attraverso la mediazione artistica, un Counselor possa lavorare in sedute individuali, di coppia o in incontri di gruppo, sui principali nodi del Cliente.

Utilizzai da subito e continuo a farlo, riproponendole e integrandole, esperienze vissute in prima persona. Spesso ho potuto constatare come il passaggio da una dimensione dialogica a una caratterizzata dall’esperienza di un processo creativo possa stabilire un contatto Counselor-Cliente di una qualità diversa. Il cliente, identificato nella propria Funzione Es, scopre di essere anche ciò che esprime con linee e forme colorate e non solo più ciò che pensa. Può incontrare le proprie resistenze, le proprie paure; scoprire i colori dei propri conflitti interiori mettendo, in questo caso letteralmente, le mani in pasta. Le stesse interruzioni di contatto si fanno più facilmente figura, su uno sfondo meno contaminato dalla nostra abitudine al trastullamento mentale.

Credo la mediazione artistica un mezzo efficace nel perseguire uno dei principali obiettivi della Terapia della Gestalt, quello di riportare la persona a un’integrazione mente-corpo che la sostenga ad essere sempre più consapevole di quanto ogni qui-e-ora dia significato alla propria esistenza.

Valeria Rogolino

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