Corpo e consapevolezza nel Gestalt Coaching

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Parlare di corpo in Gestalt significa anzitutto superare la dicotomia mente-corpo, anche nell’accezione usata dalla psicosomatica: non esiste un’ influenza della mente sul corpo e viceversa, poiché non esiste una scissione tra le due cose. La mente è corporea, perché ogni suo atto ha un correlato corporeo che ne è intrinsecamente parte, e ad ogni gesto corporeo corrisponde una componente mentale, quindi la scissione non è solo arbitraria ma addirittura scorretta.
Come posso distinguere se quel determinato stato mentale ha indotto quella specifica reazione corporea, dall’ipotesi che sia lo stato corporeo stesso parte di quel preciso pensiero? Nell’esperienza umana questo è inscindibile. Forse potremmo darci una risposta scientifica misurando le sequenze temporali tra ciò che accade nel nostro pensare e quanto parallelamente accade nel nostro organismo, ma se anche fosse possibile determinarlo con esattezza (molte ricerche studiano questo), nell’esperienza vissuta, il pensiero è organico.
Come gestaltisti siamo interessati all’esperienza: non cerchiamo la verità obiettiva, ma il vissuto esperienziale della persona.
La principale conseguenza di questo assunto è l’opportunità di abbandonare un linguaggio che sostiene la scissione: quando diciamo ad esempio “Il mio corpo” assumiamo l’esistenza di un “Io” che possiede un corpo, mentre in questa nuova prospettiva potremmo più correttamente dire “l’io-corpo”: io sono cellule, pensieri, emozioni, …l’esperienza di me include tutta l’ampia gamma di facoltà che l’organismo, in senso lato, possiede.

Dal punto di vista operativo, nel nostro lavoro di coach, questi presupposti sono fondamentali nel riconoscere quali sono gli strumenti a nostra disposizione nel momento in cui incontriamo un coachee.
Per molti approcci, il contenuto della “valigetta degli strumenti” è cognitivo: nella formazione si apprendono teorie e tecniche che orientano nel supporto al coachee e che hanno a che fare con modelli e strategie di intervento. Nell’incontro con l’altro vengono utilizzate principalmente la conoscenza e la competenza tecnica.
Per la Gestalt invece gli “attrezzi” siamo noi, come persone, siamo il primo strumento di lavoro: il nostro pensare e conoscere, così come il nostro sentire, percepire sono elementi fondamentali del processo di analisi della situazione e di supporto al cliente.
Le percezioni (cosa vedo, cosa sento, cosa mi colpisce percettivamente), così come le emozioni (cosa sento, che emozione emerge in me), unite ai pensieri (che si distinguono in analisi processuale e ipotesi di senso, funzionali ed interpretative) orientano il nostro agire.
Non partiamo con un piano d’azione pre-definito: lo costruiamo in base alla complessità dell’esperienza che viviamo insieme al nostro coachee e che ci consente la co-costruzione dell’intervento sulla base della figura chiara che emerge dallo sfondo dei bisogni del cliente.
In un’ottica di campo quanto emerge è il risultato dell’influenza che ogni elemento di quel complesso esperienziale ha sul costituirsi della Figura Emergente. La “Figura Emergente” è il bisogno che si staglia da una molteplicità di bisogni che rimangono sullo sfondo, e che orienta verso l’azione, per giungere alla soddisfazione dello stesso.

Nella formazione del coach ha quindi molta importanza l’addestramento alla consapevolezza, che consiste nello sviluppo di una buona capacità di presenza ed ascolto, intesa proprio come l’integrazione tra tutti i sensi e le facoltà della persona, messe a disposizione del lavoro con il coachee.
Nello sviluppare la consapevolezza, il primo passaggio è l’acquisizione di una buona capacità di essere cosciente.
La coscienza di sé si concretizza nell’abilità di massimizzare l’attenzione su sensazioni, vissuti, pensieri, emozioni, per ampliare la conoscenza di se stessi e del proprio modo di stare in quella situazione.
Nel processo cosciente il coach presta attenzione a tutto: l’accelerazione del battito cardiaco, il respiro, la temperatura, le parole, i movimenti. Tutto viene osservato. Ovviamente aumentando così tanto l’attenzione, il rischio è di perdere fluidità nella presenza.
La consapevolezza è il riuscire a tener conto di tutto questo, senza dovervi prestare una così elevata attenzione. Nella consapevolezza si è pienamente presenti nell’esperienza con l’altro: tutto ciò che si sente, si pensa e si vive è racchiuso in un armonioso evolvere che sostiene il contatto e l’esperienza nutriente (Perls, 1951).
Per fare un esempio chiaro, la coscienza di sé è necessaria ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo (a guidare, ballare,…) e tutta la nostra attenzione di focalizza sul singolo gesto per riprodurlo in maniera corretta. Il gesto, in questa fase, può apparire rigido, quasi spezzato, come una serie di tratti interrotti. Quando l’abilità è stata acquisita, si giunge alla consapevolezza di sé: tutti i movimenti si susseguono fluidamente e l’esperienza è visibilmente armoniosa, come una linea continua.
Essere consapevole si sé nel contatto con il cliente, ovvero avere una buona consapevolezza, significa usare tutto se stesso in relazione a quanto sta accadendo con il coachee e procedere verso la costruzione di un piano d’azione che tenga conto di tutta questa complessità.

Come gestaltisti la nostra attenzione va ai processi più che ai contenuti: il cliente ovviamente ci porta dei racconti (contenuti) a cui siamo abituati a prestare attenzione, ma il nostro interesse processuale tende a rispondere ad una costante domanda: cosa ci sta dicendo di lui e della situazione con questo racconto? (processo). Più che soffermarmi sul contenuto in sé, ampliando lo sguardo, posso cogliere quale movimento è sotteso a quel contenuto.
Ad esempio il coachee potrebbe raccontarci di un conflitto avvenuto al lavoro con un collega: più che essere interessati al contenuto del conflitto, la curiosità si orienterà rispetto al senso che ha avuto confliggere in quella specifica situazione, che funzione il conflitto può aver svolto per loro o per il gruppo di lavoro, che effetti ha portato: è un lavoro che punta ad un meta-livello, usando i contenuti solo come possibili espressioni della dinamica in essere.
Il nostro approccio è relazionale, ovvero si focalizza su quanto accade “tra”: in che modo le parti influenzano il costruirsi di quella specifica esperienza? In quest’ottica relazionale appunto, è fondamentale il concetto di responsabilità, intesa nella sua accezione di “respondeo habilitas”, ovvero come capacità di rispondere ad una data situazione. In che modo sono respons-abile di quanto sta accadendo? In che modo ogni parte in gioco influenza ed è influenzata in una data situazione?
Questo vale sia per quanto ci porta il coachee (questa domanda rimane nello sfondo di ogni racconto che accogliamo) sia per quanto accade tra noi (coach) ed il cliente. Noi influenziamo il processo e ne siamo influenzati costantemente: la consapevolezza corporea ci sostiene nell’individuale il “come”.
Nella costruzione del processo di coaching, possiamo distinguere, nella fase di analisi, quattro livelli:

1. Il livello fenomenologico: cosa posso osservare in termini percettivi di quanto accade con il coachee?

2. Livello emozionale: quali emozioni sono presenti nella situazione, cosa sento?

3. Livello processuale: utilizzando uno schema di riferimento posso analizzare il processo sulla base di parametri chiari (teoria del sé, ciclo del contatto, ecc..).

4. Livello senso-funzionale: si radica sul presupposto che l’organismo si auto-regoli per auto-realizzarsi, ed indaga il senso e la funzione che possono avere un certo stato di cose.

Appare evidente che per operare questo tipo di analisi a più livelli, e giungere alla costruzione di un piano d’azione che esprima la vera intenzionalità del coachee tenendo conto di tutto ciò, è necessario che il coach abbia acquisito una buona consapevolezza di sé e che la utilizzi costantemente.
La “gestione” delle proprie emozioni, per esempio, non sarà rappresentata dal modo in cui le teniamo a bada, bensì dal modo in cui ne teniamo conto, prestando attenzione a cosa mi dice il sentite una certa emozione, che può rappresentare un segnale evidente di un certo tipo di dinamica.
Quando sentiamo noia, per esempio, non la attribuiamo all’ambiente considerandolo poco stimolante, ma ci chiediamo se siamo in un campo confluente e ci chiediamo cosa stiamo evitando di fare o di sentire. La noia è il segnale di un qualcosa che non emerge, non un giudizio rispetto a quanto c’è nella situazione. Sospendere il giudizio è un passaggio necessario per potere accogliere quanto accade con curiosità ed apertura: il giudizio restringe il campo percettivo, la curiosità lo amplia.
Tutto è utile nel nostro aprirci all’esperienza in maniera piena. Noi non “Facciamo i coach”, “Siamo coach”: questo rende questa professione estremamente impegnativa perché totalmente coinvolgente, ma proprio per questo straordinariamente affascinante, in quanto consente di evolvere continuamente.
Come sosteneva Fritz Perls un buon contatto, una buona sessione, è quella che vede modificate entrambe le parti: non si può influenzare senza essere influenzati, supportare la crescita senza crescere.

Questo è l’impegno, la sfida e la magia del nostro lavoro.

Maria Grazia Fiorini

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