La Gestalt e il sostegno all’atleta

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Durante una mattinata di formazione mi sono resa conto che, incontrando allenatori, genitori e atleti, non mi sono mai soffermata a spiegare da dove vengono le mie intuizioni.  Armata di coraggio ho iniziato a parlare di Gestalt nello sport, e della ricchezza che questo modo di lavorare può portare all’interno dell’ambiente sportivo.

Per chi non lo sapesse, la psicologia dello sport è nata in Italia, e purtroppo proprio nel nostro paese viene ancora vista con sospetto, confondendola con pratiche magiche che dall’oggi al domani possono cambiare le sorti di una prestazione. Non è proprio così. Di qualsiasi orientamento si parli, la psicologia non è una magia, ma un duro lavoro che richiede tempo e che può portare a risultati sorprendenti.

Il metodo prevalentemente usato in psicologia dello sport è quello cognitivo-comportamentale, ovvero “non sarebbero gli eventi a creare e mantenere i problemi psicologici, emotivi e di comportamento, ma questi verrebbero piuttosto largamente influenzati dalle strutture e costruzioni cognitive dell’individuo”, quindi la “colpa” è solamente del singolo e del suo “difetto” di pensiero.

La ricchezza che la teoria della Gestalt porta è l’intuizione che la sofferenza è un fenomeno di campo: non è solo l’individuo a essere sofferente, ma il suo sistema di relazioni. La sofferenza non è un difetto, una debolezza, ma la voce che fa emergere una difficoltà, e assumersi il compito di ascoltarla richiede molto coraggio.

Adottando questa visione di campo fenomenologico in ambito sportivo, quindi, non è solo l’atleta che si trova in difficoltà in alcuni momenti della propria carriera, ma anche il suo campo relazionale. Allo stesso modo il benessere dell’atleta, che lo esprime con una prestazione che rispecchia il proprio talento, è frutto di un buon terreno relazionale in cui egli può muoversi liberamente.

I libri maggiormente popolari sulla psicologia dello sport parlano di tecniche per controllare emozioni e pensieri. Ma tutto questo controllo non potrebbe provocare rigidità del corpo e quindi del gesto tecnico?

Ciò che spesso fa andare in palla gli atleti è proprio il loro bisogno di controllare tutto (allenamento, dieta, tempi, competizioni), e più controllano, più si irrigidiscono, ovviamente anche nel corpo, sprecando una quantità di energia verso questo meccanismo invece che indirizzarla verso il movimento.

La teoria della Gestalt, essendo un approccio olistico, fenomenologico e relazionale, si sposa perfettamente con i bisogni che spesso gli atleti manifestano, ovvero di essere liberi di esprimersi, di “masticare” le loro esperienze emotive, di raccontarsi, di condividere, all’interno di una relazione in cui si sentono alla pari e dove la loro esperienza acquisisce valore.

L’attenzione della Gestalt al corpo e alla sua espressività sostiene gli atleti a diventare consapevoli dei blocchi emotivi che si ripercuotono nel corpo e nel gesto tecnico e viceversa, e ad acquisire la responsabilità del proprio movimento e dell’intenzionalità che lo dirige verso se stessi o verso l’ambiente. In questo modo viene sostenuta la spontaneità e la fluidità delle emozioni e del corpo, rendendo il gesto atletico maggiormente efficace.

Avendo come focus il processo, la teoria della Gestalt restituisce importanza al COME gli atleti vivono la loro carriera agonistica al di là della prestazione in favore della performance, e di COME il loro modo di relazionarsi all’ambiente sportivo si può riflettere in altri ambiti della loro vita.

Se si ha come focus il processo, l’errore o la sconfitta possono essere viste come occasioni di crescita e di apprendimento.

Questo breve articolo non è ovviamente esaustivo della teoria della Gestalt e di come essa può essere applicata all’ambiente sportivo. La scoperta di questa modalità di entrare in contatto in un ambiente così complesso è recente, e sta prendendo forma attraverso un lavoro di ricerca, di scrittura e di esperienza sul campo che richiederà tempo. La prima pietra potrebbe però essere posata presto.

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